< mercoledì, 18 giugno 2008 >

Non sopporto gli allori e decotte preghiere
le lusinghe delle tue dolcezze
ora che affondo le mani
sul manto levigato della tua schiena
riduco i riflessi per affogare il dolore,
il mio sonno perduto lo deposito
per l’inutile gioco delle tue spiegazioni
ad un sole oscurato senza ragione
e ti copro, ti scopro come una dea.
A chi ha puntato le carte sulla tua sagoma
quella che non ritorna mai nella sua pace
e non trova la croce, nemmeno il silenzio
per dirsi vai a quel paese, vai e lasciami solo
in questa sala d’aspetto col vestito pulito
sul cartone che raccoglie le stelle
le conta, le invia di nuovo al suo mittente…
perché non ci hanno avvisati che bisognava tradire
non essere sinceri e mai dire la verità,
ci sarà sempre qualcuno che verrà a pulirci le vene
dalle impurità dei nostri giorni sbagliati.
< domenica, 08 giugno 2008 >
testi e video: Nando Taccogna
musica: Vangelis
foto: dal web
***
< giovedì, 22 maggio 2008 >
Categoria:

C’è un uomo all’in piedi
che si guarda le scarpe e le impronte lasciate,
c’è un uomo che fissa la strada
maledice, non torna è sordo ai rumori
si beve la vita come gli viene
il sudore gli segna la fronte
non lo fa respirare.
C’è un’aria malsana che tira ed un vigliacco
si aggira ma non si lascia imbrigliare
non accetta la mano, non riconosce un amico
e la sua ombra lo insegue da dietro
nasconde il suo volto e consola un tradimento…
nemmeno ha voglia di bere
e della miseria sorride, agli occhi screziati
rancore non serba a chi lo ha inseguito
negandogli ogni ragione.
C’è un uomo che saluta di schiena
non è la sua voce, nemmeno la pace
c’è una donna che gli apre le gambe
lo riempie di gioia, lo brucia in una notte
e lo fissa da lontano nel buio
in una sala d’attesa nel suo sonno migliore
regalandogli un’ora perduta,
per un tempo decente da ricordare.
< giovedì, 08 maggio 2008 >

(nella foto: nando )
Dopo la notte regaliamo al vento
le lancette del nostro tempo,
dopo la malattia sudiamo sempre
ed infilati in un tassì
ci rincuora il suo viso, la mano accogliente
davvero felici alle dieci del mattino
mentre si cerca un posto dove mangiare…
dove il tempo non conta niente
non senti più la gente e nemmeno la febbre,
dove l’attesa non ha più la fronte rugata,
non hai sonno, nemmeno voglia di tristezza,
ci addolcisce il sorriso
e non si ha paura di svegliarsi.
Non possiamo trattenerci, nemmeno consolare,
non possiamo fare nulla se non assecondarci,
vorresti non scendere mai da questo tassì
addormentarti sulla schiena nuda
ascoltando la sua voce
ed il respiro che penetra dalle sue labbra…
non vuoi essere un idiota
che muore per sognare ancora un’altra volta
davanti alla televisione
avendo obliterato il biglietto per il ritorno…
sono sempre così contenti gli amanti per le strade
quando si perdono per la città
si raccontano che non esista la malinconia
e dimenticano il tempo per tornare.
< giovedì, 01 maggio 2008 >

Il tuo corpo lo conosco anche dentro,
la milza, il fegato avvelenati
da pensieri andati a male,
sale lungo l’intestino l'urlo
proveniente dallo stomaco
sempre in spasmi e tormenti,
certo eri più bella di profilo
infilata nelle tue calze mentre andavi via…
e la lingua ingiuriosa
coi tuoi seni bianchi esposti
e la mia annebbiata compagnia
coperta da questa sabbia
mentre realizzi che non ci si può fidare
nemmeno della luce, del buio…
una volta ancora dimmi resta,
anche quando è sempre una bugia.
< sabato, 12 aprile 2008 >

- Ho freddo, coprimi... -
A cosa serve scrivere stupide parole
arrampicate sulla tua schiena,
a cosa alludi
se non concludi mai un bel niente
ed a nulla vale la nostra storia,
sillabe vuote che scivolano come sapone
da queste mani sporche…
cosa pretendi in cambio,
cosa concedi al premio
e perché non ti arrendi adesso,
adesso che sei vincente.
Cosa altro t'aspetti, ordina pure
quello che vuoi al cameriere in questa sala vuota,
bevi stasera davanti agli occhi miei
già ubriachi e fermi come un sole spento…
cos’altro vuoi uccidere
decidi se andare via o bruciarti qui...
dimmi finché vuoi ingoiare lacrime o restare,
vuoi illuderti o distruggerti,
dimmelo...
Lascia stare prendo al volo
la mia giacca, ombrello e chiavi vado via io
resta pure dove sei, resta nei panni tuoi.
Non saremo mai
noi due noi.
< martedì, 18 marzo 2008 >

Non discuto l’illusione dei capricci intrecciati
agli spazi infiltrati fra le rughe di litanie interrotte
dal traffico dei tram su rotaie arrugginite di vagoni di pensieri
unti, non dissento dai disturbi mentali,
nulla m’assale se poggiato a questo lampione
passi e ripassi, attraversi ebete da un marciapiede
all’altro, mi sorridi con smorfie e schivi la gente...
ma non ritorni simile mai come il tempo,
non passi mai come il vento dallo stesso solco
e scrutarti da questo bavero sdrucito
illumini lo spazio vuoto che lasci
fra una parola e l’altra...
intravedo solo due orbite nervose sputate in faccia
al primo che passa!
Non discuto degli aborti ignoranti, delle infuriate
e delle notti trascorse a scopare senza farsi del male
ed ora insegui farfalle di carta vetrata,
mosaici d’ebano, ardite geometrie...
ma di questa vita canaglia s'afferra sempre la parte affilata
della lama che insanguina le dita, i polsi
e ripeti ossessionatamente...
- quest’estate portami al mare, portami al mare mio aguzzino
per sentire l’odore dei pescatori quando tornano a riva
e lasciami addormentare fra le tue braccia. -
Non ridere di me, non ridere mai nemmeno di te.
< martedì, 18 marzo 2008 >

Mhhh…
non posseggo un tagliere
nemmeno una lama
per fare a pezzi la milza e l’orecchio,
non tratto i nemici, non scuso le spie,
attraverso la strada in diagonale
mi faccio del male e rubo le bici
lungo i viali.
Grrr…
sopporto il dolore, al primo bisbiglio
arretro sul muro, le piglio, le rendo
mi dolgo e redento, assolvo i peccati,
con questo lenzuolo avvolgo la faccia,
la stringo, la strizzo e sudo la pelle,
domani mi alzo, mi rado e poi scappo,
non torno, mi lavo sotto la pioggia
e strappo le ciglia a questa stagione,
beffarda, stupida, insulsa,
inutile scudo alle nostre illusioni.
Shhh…
a te che non parli, non tocchi, non scuoti
la pancia, balbetti il mio nome
e giuri di non essere un sogno,
un dubbio, un’ombra scollata
con gli occhi di vetro e la carne
di fango…ti spengo, ebbene sì.
Ti spengo, ti spingo, ti spando!